In questa pagina ci siamo riproposti di raccogliere testimonianze e storie di guarigione di persone che abbiano sofferto di disturbi alimentari come anoressia, bulimia e binge eating. Ognuna di loro ha espresso la sua volontà di condividere la propria storia attraverso un consenso scritto; i nomi sono di fantasia così come l’ambientazione; i fatti sono sufficientemente  modificati per non rendere riconoscibile il protagonista e quindi per tutelarne la privacy.

La storia di Michela, in lotta con l’anoressia

“Beh cosa dovrei dire? Ah devo parlare io? Non può farmi delle domande?” esordisce così Michela al primo colloquio.

L’ho conosciuta sul web, aveva commentato un post di un noto cuoco. Il post parlava del caffè e delle sue proprietà. Lei aveva commentato dicendo di non poterlo bere perché poi stava troppo male, troppa ansia. Scrissi, sotto quel commento, che forse la causa del  suo malessere era da imputare a qualcosa di diverso dal caffè.

A quei tempi era una ragazza sui trent’anni, appena sposata, spaesata e decisamente sottopeso. Con una buona passione per i tatuaggi e per i cani. Entrambe le passioni in comune con suo marito; “erano già mie passioni, o sono nate con lui?”, mi chiese un giorno.

Indecisa su tutto, non sapeva cosa fare da grande né come venire fuori dalle sue angosce.

“Papà è un uomo straordinario, ma ha sempre bevuto molto” mi raccontò piangendo. Michela ha pianto tutto l’alcool che il padre ha bevuto, in lunghi colloqui serali. “Ho pochi ricordi della mia infanzia. Uno è molto lucido: ero in macchina con i miei e papà aveva bevuto e sbandava. Ed io pregavo e piangevo, piangevo e pregavo di non morire lì sull’asfalto”.

“Dovrei fare qualcosa per me, ma non so cosa”. Gli uomini hanno sempre avuto molto potere su di lei. Finiva per compiacerli, e per vivere solo per loro. E in questo modo perdeva sé stessa.

“Io non so se sono mai stata sola. Tra una relazione e l’altra non credo sia mai passato tempo sufficiente per ascoltarmi, per conoscermi. Per paradosso, la persona che conosco meno al mondo sono io”.

Michela non ha mai bevuto, ma neanche ha mai mangiato.

“Io odiavo mia nonna, perché lei odiava papà. Quando è morta, non ricordo di essermi commossa… Lui fa parte dell’arma, ed il giorno del suo giuramento nonno è morto di infarto per la troppa felicità. Così nonna non lo ha mai perdonato. E neanche lui si sarà mai perdonato. Ed io non ho perdonato lui perché in tutto quest’odio io non sono mai esistita.”

“Beh mamma non ha mai capito molto. Se dovessi, oggi, spiegare loro cosa c’è sempre stato dietro quelle bottiglie, riderebbero. Ma a me non fa ridere un cazzo, a me fa piangere perché non era colpa di papà, ed io lo so. E non riesco a dirgli che l’ho perdonato per non esserci stato”.

Michela abitava in un paesino di confine con l’Austria, una zona d’Italia in cui gli italiani non esistono e devono parlare bene tedesco per lavorare. “Non sono certa di aver scelto il meglio per me. Nessuno ha scelto il meglio per me. Le scuole le ho fatte in base a quanto, secondo mia madre, fossero vicine o poco costose, non in base ai miei bisogni o ai miei desideri. Non ricordo mi abbiano mai chiesto cosa volessi fare da grande. Ho viaggiato poco, ho conosciuto poca gente, ho amato poco. E pochi mi hanno amata.”

Michela si guardava le mani dicendo che erano troppo magre. Non le è mai piaciuto mangiare, non le è mai piaciuto quasi nulla. Ascoltandola, sembrava che, dentro di lei, non esistesse il piacere. E in questo deserto, un figlio di certo non può arrivare.

E questo l’ha tormentata molto.

Si può mettere al mondo qualcuno, se non si è mai esistiti?

“Dovrei imparare ad accettare quello che è inaccettabile, in un certo senso”.

Sono passati anni, e Michela ha iniziato a conoscersi: “qualche volta mi sto simpatica” dice, oggi, ridendo.

Insieme alla fame, è cresciuto il desiderio. Insieme al desiderio, il piacere. Insieme al piacere, l’attesa del piacere, e di una creatura.

La testimonianza di V. Una storia di binge eating

Di questi 47 anni di vita la “me” a cui sono più legata è quella adolescente: indifesa, insicura, desiderosa di certezze e… sofferente. Vorrei abbracciarla e darle la forza di non farsi coinvolgere in inconsapevoli meccanismi familiari che non poteva conoscere. La donna adulta che sono ora, dopo e grazie a una profonda autoanalisi e alla terapia che ho fortemente deciso di seguire, guarda con tenerezza quella bella bambina diventata con lo sviluppo un’adolescente un pò paffuta. Non era più soltanto la più grande gioia di un padre affettuosissimo, ma si era trasformata in una piccolo donna, inconsapevole rivale di una madre anaffettiva che – immotivatamente e per vena narcisistica – rivendicava crescenti ed esclusive attenzioni dal marito. La reazione di quell’adolescente fu riversarsi nel cibo, nel tentativo di aumentare le proprie difese e, al contempo, di proteggere la madre rendendosi meno attraente. Ma la realtà è stata che il padre non ha mai diminuito il suo affetto per lei e l’ha sempre amata incondizionatamente e incoraggiata fin quando è stato in vita. E invece, forse, la madre non ha mai accettato in fondo quella bambina/adolescente/adulta in perenne lotta con il peso, ignorando totalmente di esserne stata causa. Ora che ho compreso quelle dinamiche familiari, che ho conosciuto me stessa e ho finalmente potuto superare quella sensazione di non riuscire a fare mai abbastanza per lei, quel dolore costante di non sentirmi accettata proprio da colei che mi ha generata.

Ora posso accarezzarla e sentirla vicina, ho anche la voglia di proteggere lei ormai anziana e bisognosa di cure, lei che non è riuscita a proteggere me quando più ne avrei avuto bisogno, ma poco importa. Io sono riuscita a riconciliarmi con me stessa anche perdonandola.”

La testimonianza di Azzurra. Una storia di bulimia

Ero troppo giovane per capire quello che stava accadendo. O forse non ho voluto capirlo davvero per anni. Quando è morto facevo appena le scuole medie.

In compenso, ho fatto a botte con me stessa e con il mio corpo ogni giorno. Mi svegliavo pensando che da quel giorno avrei mangiato correttamente, mi sarei allenata con criterio, avrei sorriso e vissuto il mio tempo. Già dopo un’ora dalla colazione, avevo infranto la metà dei miei buoni propositi”.

Seduta sul divano, Azzurra, sembra più grande della sua età; ha solo 28 anni quando la incontro la prima volta. Sorriso luminoso, magra, bionda. Parla gesticolando e riempiendo tutto lo spazio. Racconta di un dolore sordo che non la lascia mai: la perdita di suo fratello.

Un giorno ho capito che non sarebbe più tornato. Che quel saluto frettoloso mentre prendeva il borsone della palestra, sarebbe stato l’ultimo”.

Piange in modo composto e silenzioso, si tampona il viso per non sciupare il trucco. “Avrei voluto un destino più felice. Ma forse sono sempre stata figlia unica”. Azzurra racconta i suoi dolori senza neanche prendere fiato. Si accosta, li accarezza appena. “La bulimia è stata mia amica per molto tempo. Ha riempito il vuoto lasciato da mio fratello, non facendomi sentire sola.  Lo è ancora. Mi allenavo tanto, mi piace lo sport. A volte non mangiavo per giorni… prima di iniziare questo percorso, pensavo che avrei potuto farcela da sola. Non vedevo alcun problema, era solo cibo. Era solo fame.  Ed invece affamarmi era l’unico modo che conoscevo per sentire qualche emozione. Quando è morto, mi è sembrato di entrare in una bolla anestetizzante da cui non sono uscita per anni. Non potevo sapere di non provare niente o quasi, perché non conoscevo la sensazione che si prova quando una emozione riempie la pancia”.

“Quando qualcosa mi colpiva duro, non avevo alcuna reazione. Tutti dicevano che ero forte, che potevo reggere il peso del mondo. Poche ore dopo, a volte il giorno dopo, ero in stanza chiusa a mangiare tutto quello che avevo potuto rubare dalla dispensa. Certe volte ero così disperata che, avendo fatto spesa solo di roba light, facevo abbuffate di tonno al naturale e fette biscottate. Tanto non avrei sentito i sapori”.

Il percorso con Azzurra è stato tortuoso; ogni settimana puntualissima entrava sorridendo ed abbandonava fuori dalla porta del mio studio la maschera che la proteggeva dagli altri. “ho capito che posso concedermi le emozioni senza che queste mi facciano sentire travolta e senza controllo. Per capirlo, ad essere sincera, ho dovuto farmi male”.

Piano piano si è concessa l’amore, poi le passioni travolgenti senza sentirsi perduta. Parlando del suo ultimo amore, dice: “quando l’ho incontrato, e non ho cercato in lui gli occhi di mio fratello; quando ho potuto guardarlo, sentirmi accesa senza sensi di colpa, allora ho capito che avrei potuto lasciarlo andare.

Per anni sono stata ferma a quel pomeriggio, al giorno in cui lui uscì di casa dicendomi che sarebbe tornato dopo un’oretta ed insieme avremmo studiato. L’unico ritmo alle mie giornate era dato dall’alternarsi dei numeri sulla bilancia e di quelli nella mia testa relativi alle calorie dei cibi”.

È passato tempo dal nostro primo incontro. Oggi Azzurra è una professionista affermata, ha un amore travolgente, riesce a concedersi emozioni forti e non ha più paura del dolore.

“Ogni settimana tornavo a sedermi sul suo divano appesantita dalla mia storia. Mi alzavo a volte più leggera, altre meno, ma sempre con nuove consapevolezze. Oggi riesco a pensare al mio lavoro, alle mie passioni, a me stessa!”.