Fino all’ultima briciola #2. La storia di Michela.

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“Fino all’ultima briciola” è la rubrica che accoglie le storie di pazienti che hanno scelto di diventare le protagoniste di un racconto, condividendo una parte della loro vita, della loro intimità, con chi avrà desiderio, o forse bisogno, di leggere.

Ognuna di loro ha espresso la sua volontà di condividere la propria storia attraverso un consenso scritto; i nomi sono di fantasia così come l’ambientazione; i fatti sono sufficientemente  modificati per non rendere riconoscibile il protagonista e quindi per tutelarne la privacy.

La storia di Michela

“Beh cosa dovrei dire? Ah devo parlare io? Non può farmi delle domande?” esordisce così Michela al primo colloquio.

L’ho conosciuta sul web, aveva commentato un post di un noto cuoco. Il post parlava del caffè e delle sue proprietà. Lei aveva commentato dicendo di non poterlo bere perché poi stava troppo male, troppa ansia. Scrissi, sotto quel commento, che forse la causa del  suo malessere era da imputare a qualcosa di diverso dal caffè.

A quei tempi era una ragazza sui trent’anni, appena sposata, spaesata e troppo magra. Con una buona passione per i tatuaggi e per i cani. Entrambe le passioni in comune con suo marito; “erano già mie passioni, o sono nate con lui?”, mi chiese un giorno.

Indecisa su tutto, non sapeva cosa fare da grande né come venire fuori dalle sue angosce.

“Papà è un uomo straordinario, ma ha sempre bevuto molto” mi raccontò piangendo. Michela ha pianto tutto l’alcool che il padre ha bevuto, in lunghi colloqui serali. “Ho pochi ricordi della mia infanzia. Uno è molto lucido: ero in macchina con i miei e papà aveva bevuto e sbandava. Ed io pregavo e piangevo, piangevo e pregavo di non morire lì sull’asfalto”.

“Dovrei fare qualcosa per me, ma non so cosa”. Gli uomini hanno sempre avuto molto potere su di lei. Finiva per compiacerli, e per vivere solo per loro. E in questo modo perdeva sé stessa.

“Io non so se sono mai stata sola. Tra una relazione e l’altra non credo sia mai passato tempo sufficiente per ascoltarmi, per conoscermi. Per paradosso, la persona che conosco meno al mondo sono io”.

Michela non ha mai bevuto, ma neanche ha mai mangiato.

“Io odiavo mia nonna, perché lei odiava papà. Quando è morta, non ricordo di essermi commossa… Lui fa parte dell’arma, ed il giorno del suo giuramento nonno è morto di infarto per la troppa felicità. Così nonna non lo ha mai perdonato. E neanche lui si sarà mai perdonato. Ed io non ho perdonato lui perché in tutto quest’odio io non sono mai esistita.”

“Beh mamma non ha mai capito molto. Se dovessi, oggi, spiegare loro cosa c’è sempre stato dietro quelle bottiglie, riderebbero. Ma a me non fa ridere un cazzo, a me fa piangere perché non era colpa di papà, ed io lo so. E non riesco a dirgli che l’ho perdonato per non esserci stato”.

Michela abitava in un paesino di confine con l’Austria, una zona d’Italia in cui gli italiani non esistono e devono parlare bene tedesco per lavorare. “Non sono certa di aver scelto il meglio per me. Nessuno ha scelto il meglio per me. Le scuole le ho fatte in base a quanto, secondo mia madre, fossero vicine o poco costose, non in base ai miei bisogni o ai miei desideri. Non ricordo mi abbiano mai chiesto cosa volessi fare da grande. Ho viaggiato poco, ho conosciuto poca gente, ho amato poco. E pochi mi hanno amata.”

Michela si guardava le mani dicendo che erano troppo magre. Non le è mai piaciuto mangiare, non le è mai piaciuto quasi nulla. Ascoltandola, sembrava che, dentro di lei, non esistesse il piacere. E in questo deserto, un figlio di certo non può arrivare.

E questo l’ha tormentata molto.

Si può mettere al mondo qualcuno, se non si è mai esistiti?

“Dovrei imparare ad accettare quello che è inaccettabile, in un certo senso”.

Sono passati anni, e Michela ha iniziato a conoscersi: “qualche volta mi sto simpatica” dice, oggi, ridendo.

Insieme alla fame, è cresciuto il desiderio. Insieme al desiderio, il piacere. Insieme al piacere, l’attesa del piacere, e di una creatura.

1 commento

  1. Rosa Pietroforte

    Sapevo che la dottoressa Spinelli fosse una brava psicoterapeuta,ma che mia cugina fosse una scrittrice così coinvolgente e commovente no. Grazie dottoressa/cugina per questi racconti che ci regali di tanto in tanto.. e grazie a Michela per aver condiviso con noi la sua storia.

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